Altro che responsabilità sociale, e per di piú di un’impresa pubblica qual è Fincantieri, e altrochè rilancio industriale del Friuli Venezia Giulia i cui imprenditori egli presiede, per l’ennesima volta Bono si esprime come se fossimo tornati nell’ottocento e lui fosse il padrone della Ferriera”.

Lo ha dichiarato Giulio Lauri, Presidente del Gruppo consilare regionale di Sinistra ecologia libertà, commentando le parole di Bono all’indomani della manifestazione della Fiom a Roma aperta dagli operai del gruppo cantieristico.

“A questo punto forse sia il Governo con il Ministero del tesoro che ne è il principale azionista, e sia gli imprenditori del Friuli Venezia Giulia dovrebbero chiarire se le parole di Bono rispettano i loro rispettivi atti di indirizzo, e in caso contrario chiedere conto delle sue parole. A fronte di una organizzazione del lavoro che presenta non solo ampi margini di recupero di inefficienze ma anche condizioni intollerabili di sfruttamento dei lavoratori, in particolare nelle aziende appaltatrici, Fincantieri va bene e continua a stare su un mercato particolarmente difficile, che con le commesse che si è appena assicurata può contribuire insieme all’intero distretto della navalmeccanica al rilancio del sistema industriale della regione, fatto fondamentale per uscire dalla crisi.

Bono gestisce le relazioni industriali con proposte come quella del controllo dei lavoratori a distanza attraverso i microchip e minacciando di trasferire i cantieri all’estero nel caso in cui i lavoratori non accettino di svolgere una ulteriore parte del proprio lavoro gratis. Ma, soprattutto, non si è ancora assunto alcuna responsabilità e alcun impegno per rendere trasparente e immune da infiltrazioni il sistema dei subappalti e dignitose le condizioni di tutti i lavoratori del ‘suo’ cantiere: dove sta la responsabilità sociale delle imprese che Bono dirige e rappresenta? Dove sta la tutela dell’intero sistema industriale del Friuli Venezia Giulia nel momento in cui lui è il primo che minaccia di delocalizzare? E non sarebbe il caso che governo da un lato e imprenditori regionali dall’altro gli spiegassero che siamo nel 2000 e che se vuole gestire le relazioni industriali come nell’800 per l’industria nazionale e regionale non ne sortirebbe nulla di buono e che quindi sarebbe meglio che facesse altro?”

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